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Il movimento hacker ha fatto nascere e negli anni perfezionato un nuovo modello di sviluppo dell’innovazione basato sulla collaborazione invece che sulla pura competizione. Potreste aver già sentito parlare di questi metodi, magari con il nome di “Open Source”. Questo modello (o modelli, come vedremo più avanti), originariamente avversato dalle aziende tradizionali, ha finito per risultare vincente nel mondo dell’informatica, al punto che nessuna impresa può più permettersi di ignorarlo. Anche in occasione della recente crisi gli hacker si sono mossi immediatamente con i loro strumenti, riuscendo con la forza della decentralizzazione ad affiancare efficacemente il sistema produttivo tradizionale, sopperendo ad alcune carenze.

In questo articolo, primo di una serie sulle tematiche Open Source e sviluppo collaborativo, faremo una breve panoramica di alcuni dei progetti più interessanti emersi da questo mondo e legati alla gestione del Coronavirus. Questa serie di articoli vuole offrire al lettore un’analisi critica di come la filosofia open, nata in contesti di innovazione e ricerca, possa offrire delle chiavi di lettura importanti per affrontare il rilancio dell’economia in ottica di riutilizzo, collaborazione e innovazione.

“Once GNU is written, everyone will be able to obtain good system software free, just like air. This means much more than just saving everyone the price of a Unix license. It means that much wasteful duplication of system programming effort will be avoided. This effort can go instead into advancing the state of the art.” – R. M. Stallman - The GNU Manifesto - March 1985

“Una volta scritto GNU [ndr: il cuore del sistema operativo che oggi chiamiamo Linux], tutti saranno in grado di ottenere un buon software di sistema libero, proprio come l’aria. Questo significa molto di più che risparmiare a tutti il prezzo di una licenza Unix. Significa che si eviteranno molte inutili duplicazioni di programmazione di sistema. Questo sforzo può invece andare a vantaggio dello stato dell’arte."

Quando si pensa agli hacker si immaginano spesso ragazzini un po' cresciuti, antisociali, che passano le notti a fissare schermi verdi e neri, digitando comandi incomprensibili in stanze disordinate e confuse. In realtà, un hacker non è necessariamente un genio dell’informatica. L’hacker non è nemmeno un imprenditore della Silicon Valley. Un hacker è più propriamente una persona normale caratterizzata da una forte propensione a inventare soluzioni non convenzionali per problemi esistenti.

Un vero hacker non è mai mosso dalla voglia di ottenere un forte guadagno personale o di acquisire prestigio sociale, ma dal desiderio di migliorare la società attraverso progetti pratici. I valori hacker sono infatti la condivisione, l’apertura, la decentralizzazione e il libero accesso alle informazioni. Un hacker non si chiede come brevettare una nuova idea e di quanti soldi questo brevetto possa portare, ma al contrario la rende liberamente disponibile su Internet perché altri possano usarla e migliorarla, perché crede che lo sviluppo della società sia possibile solo in un ecosistema di libera circolazione delle idee.

Da questo gruppo di persone nasce, tra gli anni 80 e i primi anni 90, il concetto di Open Source (o più propriamente Software Libero), come antitesi al modello commerciale di “proprietà intellettuale” e"licenza d’uso” (EULA - End User License Agreement) che si accompagnava al primo mercato del Personal Computing. La creatività hacker sfrutta questi meccanismi ribaltandoli, dando origine a quella che si chiama licenza “copyleft”. Questa licenza è molto particolare, e consente a chi la riceve qualsiasi uso del software in questione, inclusa la facoltà di studiarlo, condividerlo, modificarlo e migliorarlo. L’unica cosa che si richiede è che se si effettuano modifiche e si distribuiscono nuove copie degli applicativi, chiunque riceva queste copie riceva insieme le stesse libertà “copyleft” con cui è arrivato il prodotto originale. In altre parole, si sfrutta la legislazione del diritto d’autore per proteggere il lavoro originale da qualunque pretesa, presente o futura, di diritto d’autore.

Nei primi anni, le imprese consideravano l’Open Source come una pericolosa minaccia alla profittabilità e al ritorno degli investimenti, e in alcuni casi (anche eclatanti, come nel caso di Microsoft) hanno combattuto apertamente l’intero ecosistema. Il modello aperto è stato però in grado di sviluppare innovazione a un ritmo decisamente più veloce rispetto al modello tradizionale basato sui concetti di proprietà e di lock-in, sopperendo anche alla mancanza di grandi capitali di investimento. Negli anni ci ha regalato gioielli come Wikipedia, Linux, il web, e tantissime altre infrastrutture dei servizi che oggi diamo per scontati. Siamo arrivati al punto in cui non esistono più aziende che possano permettersi di escludere componentistica open dai loro prodotti, e Microsoft stessa offre installazioni di Linux nei propri servizi commerciali.

Questa filosofia, che in breve chiameremo Open Source (la distinzione è più sottile ma esula dal tema di questo articolo), pur nascendo dall’ambiente della programmazione, si è estesa a molti altri ambiti, da chi si occupa di analizzare dati e cerca di aiutare l’accesso a dataset pubblici (Open Data), a quella scientifica che pone l’accento sulla riproducibilità degli esperimenti (Open Science), a quella dell’istruzione con il miglioramento collaborativo dei metodi e dei contenuti educativi (Open Education) finanche ad arrivare, seppur con ancora non poche difficoltà, nella sfera di rendere più trasparente gestione della cosa pubblica (Open Government).

Un hacker lavora bene in contesti orizzontali, in cui non ci sono gerarchie forti che limitano la capacità di azione. Questo è uno dei motivi per cui gli hacker hanno imparato a usare la rete: gli utenti di internet sono molto simili tra loro, e la natura decentralizzata stessa di Internet evita dei poli centrali, e rende tutti ugualmente fornitori e consumatori dei servizi presenti. Internet in questo è profondamente democratica, perlomeno fintanto che rimarranno saldi i principi della net neutrality. Ma anche le crisi sanitarie sono profondamente democratiche. Dove arrivano colpiscono indipendentemente dalle dichiarazioni dei redditi, dal prestigio sociale e dal numero di followers su Instagram. E sempre democraticamente costringono tutti alle stesse restrittive misure preventive, che in questo caso hanno messo in crisi gli attori centralizzanti delle nostre società. E in una società di simili in cui diminuisce la capacità dei meccanismi centralizzati di agire efficacemente (pensiamo ad esempio ai problemi di supply chain), la capacità di offrire soluzioni ai problemi di vita quotidiana diventa compito della rete stessa: il terreno perfetto per gli hacker.

E così, affiancando le prime chat ufficiali che provano a coordinare una risposta ufficiale del mondo dell’impresa e delle istituzioni, inizia un lavorio incessante che, attraverso la rete, unisce scienziati, tecnici e semplici cittadini di tutto il mondo.

Gli hacker nella crisi Coronavirus

I primissimi sforzi nascono nella comunità dei dati. Il movimento Open Data ha negli anni sensibilizzato

gli enti pubblici a rendere disponibili e aperti a tutti quanti più dati riguardanti la collettività possibile. Avere accesso ai dati, se processabili e “puliti”, non è solo una forma di trasparenza e rispetto verso il cittadino che paga le tasse, ma li trasforma in ricchezza che può essere estratta molteplici volte per arricchire prodotti e servizi di tutti i tipi. Ad esempio in questo caso, permette di incrementare di diversi ordini di grandezza il numero di cervelli a disposizione che possono dare il proprio contributo allo sviluppo di strumenti per combattere l’epidemia. È grazie alla disponibilità di questi dati che sono nati “dal basso” molti strumenti utili sia agli studiosi che alla popolazione, da nuovi modelli matematici a visualizzazioni alternative che rendono più accessibile la comprensione dell’andamento della malattia. Sicuramente il lettore avrà già incontrato molte di queste visualizzazioni (i giornali ne fanno largo uso), ma nel caso vogliate esplorarne altre mi permetto di segnalarne una in particolare, realizzata da Aatish Bhatia in collaborazione con il canale YouTube di Minute Physics. Queste visualizzazioni non solo aiutano i comunicatori ad informare meglio la popolazione, ma sono usate da team di statistici esterni alle istituzioni per creare nuovi modelli previsionali che aiutino a monitorare l’andamento dell’epidemia e l’efficacia delle misure. Certamente ci sono ancora molti passi da fare, ad esempio nella standardizzazione dei formati dei dati, e ci auspichiamo che questa crisi mostri ancora di più il valore della condivisione di dati pubblici e dell’importanza di primo piano per la politica di creare una data governance con una visione unitaria e di lungo respiro. Un’altra grande comunità che si è subito attivata è stata quella dei cosiddetti “maker”. I “maker” sono l’evoluzione moderna delle comunità del fai-da-te, che agli strumenti tradizionali del bricolage come trapani, seghe e martelli, affianca stampanti 3D, elettronica e microprocessori programmabili (come ad esempio il famoso Arduino). In questa comunità, nata con i valori dell’auto produzione di ciò che si necessita, della personalizzazione e della decentralizzazione, si è subito attivata una catena di solidarietà volta ad affiancare le catene produttive tradizionali per rifornire ospedali e presidi medici in carenza di strumentazione. Affiancando in questo modo le grandi aziende, spesso fortemente dipendenti da lunghe catene di approvvigionamento di materiali, mandate completamente in crisi dall’emergenza pandemia, si è costituita una rete per sopperire alla carenza di dispositivi medicali e di prima necessità con una produzione locale e distribuita. Oltre 50mila maker si sono iscritti al gruppo Facebook “Open Source COVID19 Medical Supplies”, dove centinaia di Makerspace (i “circoli” dei Maker) si stanno coordinando per produrre materiale per gli ospedali locali, utilizzando stampanti 3D e altri materiali facili da reperire. Per l’occasione ISO e IEC, due delle principali organizzazioni che si occupano di definire gli standard internazionali, hanno offerto il loro supporto ed eccezionalmente rilasciato in modo aperto a tutti le specifiche tecniche utili a questa emergenza (ISO, IEC). La produzione è legata non solo a dispositivi di protezione personale, come maschere di protezione, schermi facciali, o addirittura tute protettive, ma anche ventilatori polmonari e componenti di ricambio per gli apparecchi più complessi.In Italia possiamo trovare alcuni dei casi di maggior successo, come un progetto per fornire valvole respiratorie di ricambio, oppure il famoso apparato per trasformare una maschera da snorkeling in un apparato per il supporto respiratorio. È importante notare che tutti questi progetti non sono solo frutto del lavoro di pochi creativi, ma sono condivisi in tempo reale con una comunità globale, che li migliora e li riadatta per l’uso e la stampa su larga scala, testando di volta in volta diversi design e materiali. Un altro progetto in avanzata fase di realizzazione è il progetto OpenBreath, che punta a creare dispositivi che rispettino lo standard BS EN 80601-12 (uno dei principali standard che regola la produzione di dispositivi per la ventilazione assistita), che utilizza componenti di facile reperibilità. È possibile tracciare lo stato di avanzamento del progetto e contribuire allo sviluppo direttamente sul loro sito. È interessante notare come non sia necessario solo la partecipazione di elettronici e tecnici, ma anche esperti di usabilità e medici, che collaborino per creare interfacce quanto più facili e immediate da usare, diminuendo i tempi di formazione e la possibilità di errori durante la messa in produzione dei macchinari. Molte altre comunità si sono formate specialmente nelle aree di crisi (in Spagna sono nati moltissimi progetti), quelli più promettenti a livello internazionale sono stati infine raccolti da Robert Read (cofondatore di 18F, l’agenzia per la trasformazione digitale del governo USA) in una lista pubblica. Anche in Italia è possibile partecipare alle iniziative condivise. Dall’esperienza dell’ultimo terremoto in Centro Italia è nato il gruppo Covid19Italia.help, che si occupa di coordinare il lavoro di chiunque voglia prestare le sue competenze al servizio della ricerca di soluzioni innovative. Sullo stesso sito è possibile effettuare segnalazioni di ulteriori iniziative, da raccolte fondi alla segnalazione di bufale e fake news sull’emergenza. Chi avesse delle competenze tecniche e la volontà di donare può anche regalare dello spazio server all’iniziativa IoRestoACasa, dove grazie a due software Open Source per la videoconferenza si aiutano le persone a potersi raggiungere senza dover usare servizi commerciali, spesso sovraccarichi (quando non addirittura problematici in termini di privacy e sicurezza informatica, come ad esempio Zoom). Esistono poi i progetti di “Citizen Science”. Questi progetti scientifici si basano per la maggior parte sulla collaborazione volontaria di milioni di utenti della rete che contribuiscono con la potenza di calcolo inutilizzata dei loro dispositivi personali per creare un supercomputer globale in grado di affrontare sfide non accessibili con mezzi tradizionali. Su tutti, il progetto Folding@Home da anni contribuisce a studiare il meccanismo di ripiegamento delle proteine, investigando a livello atomico la dinamica dell’assemblaggio. Recentemente hanno pubblicato un articolo che mostra come una proteina del virus Ebola, che si pensava inattaccabile, espone in realtà un sito attaccabile da particolari composti chimici, e sono attualmente al lavoro per sviluppare una cura. Similmente, si spera che poter vedere come funzioni a livello atomico COVID-19 possa accelerare lo sviluppo di una cura. Alcune di queste comunità sono state aiutate anche a livello istituzionale. Citiamo a titolo esemplificativo il governo estone, quelllo tedesco e quello svedese, che hanno organizzato degli Hackathon (le “maratone di codice”), per sponsorizzare soluzioni che aiutassero le persone, le comunità e le imprese a superare questa fase di crisi. I vincitori dell’hackathon svedese hanno realizzato prototipi per contrastare il Digital Divide, per aiutare le aziende a ripartire attraverso laselezione di forza lavoro qualificata, o per mantenere il distanziamento sociale. In Germania, un hackathon organizzato con le stesse premesse (Wir vs. Virus - Noi vs. il virus) ha visto la partecipazione di oltre 42.000 partecipanti che hanno fatto nascere dalla loro collaborazione più di 800 soluzioni. Questo tipo di collaborazione tra enti pubblici e comunità Open Source si inserisce in un panorama più ampio di spinta della Pubblica Amministrazione verso la creazione di ecosistemi aperti. In Italia questo programma è concretizzato negli sforzi di [https://developers.italia.it](Developers Italia), una community nazionale lanciata con un hackathon a Settembre 2017 e che approfondiremo in un prossimo articolo. Nei prossimi mesi vedremo come queste iniziative si svilupperanno e quanto gli hacker contribuiranno a realizzare produzioni decentralizzate e a inventare nuove soluzioni per la ripartenza. Una cosa però è certa, l’industria tradizionale ha adesso a disposizione un nuovo paradigma di sviluppo da tenere a mente quando ci sarà il momento di reinventare la nostra società.